Fondue bourguignonne: la ricetta originale e i consigli per prepararla

Fondue bourguignonne: la ricetta originale e i consigli per prepararla

Facile 20min Per 6 persone kcal 290

ingredienti

Le calorie si riferiscono a 100 gr di prodotto

La fondue bourguignonne è una ricetta tipica della Svizzera a base di carne fatta cuocere in caratteristici pentolini da tavola in olio riempiti di olio bollente e accompagnata da varie salse, come la maionese o la barbecue. La carne più indicata è quella di bovino ma potete adattare la ricetta in base ai vostri gusti.

Mettete il girello di manzo intero su un tagliere e privatelo del grasso in eccesso (1). Tagliate la carne in cubetti di circa due centimetri e mezzo per lato cercando di tenere la stessa misura per tutti (2). Massaggiate la carne con olio extravergine d’oliva e sale, accendete il fornellino sotto la pentola e riempitelo di olio di semi fino a metà. Lasciatelo riscaldare e riempite le ciotoline con le varie salse. Assicuratevi che l’olio abbia raggiunto la temperatura ideale ed immergete la carne cuocendola quanto più preferite servendovi degli appositi spiedi (3).

Varianti.

La fondue bourguignonne, il cui nome francese fa pensare all’antica origine proprio in questo paese, è consumato nei modi più disparati. Potete utilizzare i condimenti che preferite: dalla panna acida con erba cipollina fino alla salsa tartara o salsa di pomodoro piccante. La versione piemontese, ad esempio, utilizza l’olio extravergine d’oliva per la cottura della carne e prevede anche l’uso di altri tipi di carne, come ad esempio le salsicce o tocchetti di pollo. Per il taglio di carne non è strettamente necessaria la lombata ma potete sostituirlo con noce, scamone, girello o filetto. La cosa importante è che sia un taglio di carne molto morbida che si presti quindi alla preparazione di questa ricetta ed al consumo in piccoli ma spessi tocchetti.

Consigli di preparazione.

Preparare la fondue bourguignonne è estremamente semplice e richiede pochi ingredienti, basterà quindi seguire solo qualche piccolo accorgimento per fare bella figura

  • Fate attenzione a privare del grasso e delle nervature la carne in modo che risulti morbida dopo la cottura e facile da mangiare.
  • Tagliate la carne in tocchetti della stessa grandezza in modo da avere stessi tempi di cottura.
  • Non riempite eccessivamente il pentolino da fonduta né troppo poco. Riempirlo fino a metà sarà sufficiente per poter immergere completamente i tocchetti di carne ottenendo una cottura in olio profondo senza rischi.

Conservazione.

La fondue bourguignonne richiede il consumo immediatamente dopo la preparazione. In alternativa potete lasciar marinare la carne per una notte prima di consumarla.

Fonte: Fondue bourguignonne: la ricetta originale e i consigli per prepararla

Bradipo: 11 curiosità sul mammifero più lento del mondo

Bradipo: 11 curiosità sul mammifero più lento del mondo

Il bradipo, (Bradypus variegatus) noto per essere il mammifero più lento del mondo, fa parte dell’ordine degli sdentati, è nativo del Sud America, e vive gran parte della sua vita sugli alberi. Ha abitudini solitarie, è monogamo, dorme circa 19 ore al giorno e non beve acqua, dato che la assume da frutta e verdura. Conosciamo meglio i bradipi, questi animali lentissimi ma molto simpatici.

1. Il bradipo è così lento che gli cresce il muschio sul pelo

No, non è uno scherzo. Il bradipo è talmente lento che, come accade sulle rocce, sul suo manto peloso crescono delle alghe. Queste si rivelano utili a mimetizzarlo tra gli alberi delle foreste pluviali del Centro e Sud America in cui vive.

2. Esistono due specie. Bradipi didattili e bradipi tridattili, e si odiano

Questi animali lenti si classificano a seconda del numero di unghie, lunghe e prominenti, con cui terminano le zampe anteriori: esistono bradipi bibattili e tridattili. Il nome “didattilo” deriva dal greco e significa “dalle due dita”: in realtà due è il numero di unghie, perché le dita sono tre. I bradipi didattili e i bradipi tridattili, non sono buoni vicini: i bradipi tridattili vivono in zone non abitate da bradipi didattili, e viceversa. Gli incontri fra le varie specie sono caratterizzati da gesti di minaccia ed a volte da vere e proprie aggressioni.

3. Dormono da 15, fino a 20 ore al giorno

Come detto, i bradipi passano la quasi totalità della loro vita sulle cime degli alberi, sospesi tra i rami. Non scendono neanche per accoppiarsi, partorire e dormire. I loro lunghi artigli assicurano loro una salda presa alla corteccia. Dormono davvero moltissimo, fino a 20 ore al giorno. Spesso è difficile capire se sono svegli o se stanno dormendo. Anche da svegli rimangono spesso immobili e in perfetto silenzio.

4. Scendono dall’albero solo per defecare

I bradipi scendono a terra solo per defecare, circa una volta alla settimana. Fanno le loro feci in una buca scavata in precedenza e poi ricoprono tutte con foglie.

5. Il bradipo non beve acqua

A differenza degli altri mammiferi, i bradipi non sono capaci di mantenere la temperatura corporea costante: a causa di questa caratteristica, i bradipi vivono solamente in ambienti tropicali umidi e a clima mite tutto l’anno. L’alimentazione del bradipo è a base di frutta e verdura e la temperatura ambientale ideale per lui è intorno ai 22 °C. Non beve acqua, che invece assume da frutta e verdura. Di notte mangiano foglie, frutti e germogli che trovano sugli alberi e traggono buona parte dell’acqua di cui necessitano dalla linfa delle piante.

6. Le femmine lasciano il loro albero in regalo al figlio

Mentre i maschi vivono per tutta la vita su un unico albero, le femmine si muovono di albero in albero. Una volta che il loro cucciolo raggiunge la maturità sessuale, lasciando il loro vecchio albero al figlio, per stanziarsi su un’altro albero.

7. I bradipi ottimi nuotatori

Sebbene sulla terra non potrebbero essere più lenti e maldestri, i bradipi sono invece ottimi nuotatori. Capita che da un albero cadano nelle acque di un fiume, dove avanzano con ampie vogate dei loro lunghi arti.

8. I suoi peli sono rivolti all’insù

I peli della pelliccia del bradipo sono stranamente rivolti all’insù, in senso contrario rispetto a quella della maggior parte dei mammiferi. Il bradipo vive infatti appeso ai rami con il dorso girato verso il basso.

9. Può ruotare il collo di 270 gradi

Può ruotare la testa fino a 270 gradi, così da permettergli di vedere tutto l’ambiente che lo circonda.

10. Lento? No, lentissimo!

Famoso per la sua lentezza, il bradipo si muove a una velocità massima di circa 0,24 km/h.

11. Digeriscono in un mese

I bradipi si nutrono prevalentemente di frutti, foglie, insetti, piccole lucertole e carogne. Questa dieta estrema e nutrizionalmente povera da come risultato una digestione molto più lenta di qualsiasi altro mammifero ed un metabolismo incredibilmente lento, meno della metà di quello che ci si aspetterebbe per la loro massa corporea.

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Fonte: Bradipo: 11 curiosità sul mammifero più lento del mondo

Panforte: la ricetta del dolce speziato senese

Panforte: la ricetta del dolce speziato senese

Il panforte è un dolce tipico della città di Siena e della tradizione toscana, che si preparara in occasione del Natale ma che è possibile gustare tutto l’anno. Un dolce dalle radici antiche molto semplice e veloce da preparare: un ripieno di mandorle, frutta candita, spezie miste come cannella, chiodi di garofano, noce moscata, zenzero, il tutto unito da un delizioso sciroppo di miele e zucchero e cotto in forno. Ecco la ricetta originale per prepararlo a casa e stupire i vostri ospiti.

Storia del panforte.

Il panforte (panis fortis) detto anche panpepato era originariamente un pane arricchito con spezie e pepe, che era possibile trovare a Siena già nel 1200 quando coloni e servi dovevano portare questo pane morbido alle monache del convento di Montecelso. Un pane composto da acqua, miele e frutta fresca che, dopo pochi giorni dava origine a muffe che donavano al dolce un sapore acidulo: da qui “panes fortis” o “pane acido”. Fu però nel 1550, durante un’assedio alla città di Siena, che suor Berta, per rifocillare i combattenti senesi, decise di modificare la ricetta rendendola più ricca. Aggiunse infatti frutta candita, miele, mandorle, spezie e pepe creando così un dolce molto energetico.

Dopo le variazioni di suor Berta, il panforte divenne un dolce diffuso tra nobili e clero, preparato da speziali e farmacisti che lo realizzavano con canditi e spezie molto costosi. Nel corso del tempo il panforte ha poi subito delle variazioni, la più significativa è quella avvenuta nel 1879, in occasione della visita della Regina Margherita a Siena: uno speziale ne preparò una versione più delicata, decorando poi il dolce con zucchero vanigliato al posto del pepe nero. Fu così che nacque il panforte Margherita.

Come preparare il panforte.

Tostate le mandorle nel forno a 180° per 5 minuti. In una ciotola mettete la frutta candita tagliata a pezzetti, la farina, le spezie e le mandorle tostate e mescolate.(1) Preparate ora lo sciroppo: versate in un pentolino l’acqua, il miele e lo zucchero a velo e mettete sul fuoco mescolando di continuo. Quando inizierà a bollire, e assumerà un colore ambrato, allora sarà pronto. Versatelo nella ciotola con gli altri ingredienti e amalgamateli bene. Sistemate il composto in uno stampo a cerniera rivestito con carta forno, e nel quale avrete posizionato il disco di ostia come base. Schiacciate il composto con le mani o con l’aiuto di un cucchiaio per farlo aderire bene (2) e fate cuocere in forno già caldo a 180° per circa 30 minuti. Una volta cotto, fate raffreddare il panforte edagiatelo su un piatto da portata. Decoratelo con zucchero a velo, tagliate a fette e servite. Il vostro panforte è pronto per essere gustato.(3)

Consigli.

Se volete ritrovare il sapore antico del panforte utilizzate il cedro di popone. Se invece non amate i canditi potete sostituirli con dei fichi secchi o altra frutta disidratata.

Oltre alle mandorle potete aggiungere anche altra frutta secca come noci, nocciole o pistacchi e aggiungere anche del cacao in polvere.

Tra le spezie da utilizzare nel mix preferite noce moscata, cannella, chiodi di garofano, ma anche zenzero per donare un sapore più forte, o vaniglia per aggiungere un aroma più delicato. Create il vostro misto di spezie per il panforte in base ai vostri gusti bilanciando bene i sapori.

Potete realizzare la copertura del panforte con le spezie, al posto dello zucchero a velo, tipico del panforte Margherita.

Quale vino abbinare al panforte?

Il panforte è un dolce molto aromatico, il consiglio è quindi quello di abbinarci un vino dolce come il Vin Santo di Montepulciano, per creare una straordinaria armonia di sapori.

Come conservare il panforte.

Potete conservare il panforte in un luogo fresco e asciutto per 2 o 3 giorni coperto con pellicola trasparente.

Fonte: Panforte: la ricetta del dolce speziato senese

Pappa al pomodoro e funghi: la ricetta del primo piatto ricco di gusto

Pappa al pomodoro e funghi: la ricetta del primo piatto ricco di gusto

Facile 40min Per 4 persone kcal 260

ingredienti

Le calorie si riferiscono a 100 gr di prodotto

La pappa al pomodoro e funghi è una versione ancora più gustosa della classica pappa al pomodoro toscana, piatto povero della tradizione contadina preparato con pane raffermo e pomodoro, un piatto che in origine veniva realizzato per recuperare gli avanzi di pane, ma che è diventato un piatto della tradizione toscana e non solo. Una pietanza da servire calda in autunno, ancora di più con l’aggiunta di funghi, nel nostro caso champignon, da arricchire con olio extravergine di oliva e qualche foglia di basilico per completare il piatto. Ecco come prepararla in poco tempo!

Come preparare la pappa al pomodoro e funghi.

In una pentola fate soffriggere la cipolla nell’olio extravergine di oliva.(1) Ora aggiungete i funghi precedentemente lavati, asciugati e tagliati a fette (2) e fateli rosolare per qualche minuto. Aggiungete poi anche la passata di pomodoro e un po’ di zucchero (3) così da stemperarne l’acidità.

Tagliate le fette di pane raffermo a cubetti, unitele alla salsa e cuocete a fuoco basso mescolando di continuo, aggiungete un mestolo di brodo vegetale (4) e regolate di sale e pepe. Fate cuocere coprendo con un coperchio per 10 o 15 minuti.(5) Non appena il pane comincerà a sfaldarsi il piatto sarà pronto. Servite la pappa al pomodoro e funghi calda aggiungendo olio a crudo e una foglia di basilico.(6)

Consigli.

In alternativa potete preparare questa gustosa variante della pappa al pomodoro utilizzando dei funghi secchi: circa 10 gr per 4 persone. Mettete i funghi in ammollo in acqua tiepida prima di procedere con la preparazione della ricetta.

Per una preparazione più veloce potete anche realizzare una versione semplificata, meglio se utilizzando sempre i funghi secchi. In una pentola rosolate 1/2 cipolla e aggiungete una carota e un pomodoro grande tagliati finemente. Aggiungete i funghi precedentemente messi in ammollo, unite del brodo vegetale o dell’acqua, aggiungete sale e pepe e fate cuocere a fuoco lento per 10 minuti. Aggiungete il pane direttamente nel piatto con qualche foglia di basilico o prezzemolo.

La pappa al pomodoro e funghi può essere servita anche a temperatura ambiente o fredda, ideale per l’estate.

Come conservare la pappa al pomodoro e funghi.

Potete conservare la pappa al pomodoro e funghi in frigo per 1 giorno coperta con pellicola trasparente o chiusa in un contenitore ermetico.

Fonte: Pappa al pomodoro e funghi: la ricetta del primo piatto ricco di gusto

Albero della vita: in ogni cultura, un significato (quasi) diverso

Albero della vita: in ogni cultura, un significato (quasi) diverso

L’albero della vita è un simbolo e un archetipo che fa parte del mondo della mitologia. Nella cabala rappresenta simbolicamente le leggi dell’Universo. Elegante, maestoso, rigoglioso, è un simbolo ricorrente nella mitologia antica, un simbolo che ancora oggi affascina molte persone. Oggi esistono numerosi oggetti che hanno questa forma o che hanno inciso questo simbolo. Qual è però il vero significato di questo simbolo?

Albero della vita significato

E’ un simbolo conosciuto in molte culture e ciascuna di esse lo chiama con nomi diversi e gli attribuisce dei significati mistici/magici.

Nella mitologia Egizia la prima coppia dell’umanità fu quella tra Isis e Osiris. Entrambi sono emersi dall’albero di acacia di Iusaaset, che gli egiziani ritenevano essere l’albero della vita. Gli egiziani lo consideravano come un albero nel quale vita e morte sono rinchiusi insieme.

Nella mitologia cinese, una storia taoista narra di un albero di pesche magico che produce una pesca ogni trecento anni. Chi riesce a mangiare questo frutto diventa immortale. Alla base di quest’albero di pesche c’è un dragone, mentre nei rami più alti risiede una fenice.

Il Rastafarianesimo lo associa alla Cannabis ed il suo frutto alla marijuana.

Nell’esegesi ebraica è insegnato che originariamente i due alberi erano uniti, in seguito Adamo ne separò le radici. Precedentemente al peccato originale Adamo si elevava carpendo continuamente i segreti e la modalità della sapienza suprena.

Nel cristianesimo

Nel cristianesimo appare, associato all’idea del Paradiso nell’Apocalisse.

“Chi ha orecchio ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. A chi vince io darò a mangiare dell’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio.”(Apocalisse 2,7)

E ancora nella descrizione della ‘nuova Gerusalemme’, simbolo del Paradiso:

“E in mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trovava l’albero della vita, che fa dodici frutti e che porta il suo frutto ogni mese; e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni.” (Apocalisse 22,2).

“e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.”(Apocalisse 22,19).

Nella tradizione cristiana rappresenta simbolicamente la Croce di Cristo; ancora oggi nella liturgia dell’Esaltazione della Santa Croce, nella prefazio si dice:

“Nell’albero della Croce tu hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita, e chi dell’albero traeva vittoria, dall’albero venisse sconfitto, per Cristo nostro Signore.”

In ogni caso l’albero della vita ha un ruolo simile in tutte le culture in cui è presente, ed è considerato come la sorgente della vita, luogo da cui ha origine ogni essere vivente.

Gli elementi dell’albero della vita

Ognuno degli elementi dell’albero, radici, tronco, foglie e frutti, rappresentano un aspetto della vita stessa. Una vita gioiosa e ricca non potrà prescindere dalla coesione di ciascun elemento stesso.

L’albero della vita, simbolo della vita stessa, è una sorta di augurio per una vita costruita su solide radici, che rappresentano la famiglia e le relazioni. Una vita che si augura sia anche piena e ricca, come le numerose foglie, ed intensa, cercando di cogliere il momento, di non lasciarsi sfuggire le occasioni, proprio come i frutti maturi.

L’albero della vita e i 4 elementi

L’albero della vita è strettamente collegato anche ai 4 elementi: fuoco, aria, terra e acqua. Elementi che si combinano tutti insieme per dare a quest’albero il suo potere. Il nutrimento all’albero arriva dalla terra, tramite le sue radici e dal sole – che rappresenta il fuoco – tramite le foglie. Grazie all’acqua l’albero può assorbire l’essenza vitale della vita e trasferirla ai suoi frutti che possono donare la vita eterna a coloro i quali riusciranno a trovare quest’albero. L’aria permette all’albero di rimanere a stretto contatto con la natura circostante.

Regalare e regalarsi l’albero della vita

Esistono decine di accessori o complementi che rappresentano questo simbolo, in ogni sua forma. E’ anche molto comune l’uso di tatuarselo.

  • Simbolo di nascita e rinascita;
  • Augurio per chi sta per iniziare una nuova vita, un nuovo lavoro o una nuova avventura, che sia una vita basata su solide radici e che sia intensa;
  • Regalo per un bambino piccolo, perché funga da portafortuna;

Fonte: Albero della vita: in ogni cultura, un significato (quasi) diverso

Poke cake al cioccolato: la ricetta golosissima

Poke cake al cioccolato: la ricetta golosissima

La poke cake è una torta nata in America intorno al 1970 e, ultimamente, tornata alla ribalta grazie ai social network. La sua particolarità è dovuta ai fori praticati sulla superficie in modo che la crema entri al centro della torta. La versione originale era alle fragole ma, da quel momento, le versioni della poke cake si sono moltiplicate. La ricetta che vi presento oggi è quella della poke cake al cioccolato, una torta completamente a base di cioccolato fondente, un vero paradiso della gola.

Come preparare la poke cake.

Fondete il cioccolato nel forno a microonde aprendo lo sportello ogni 30 secondi per non far bruciare il cioccolato. Fate intiepidire il cioccolato (1). In una ciotola capiente mettete lo zucchero e il burro a temperatura ambiente (2). Lavorate il tutto con una frusta elettrica fino ad ottenere un composto chiaro e spumoso (3). Unite i tuorli e lavorate ulteriormente il vostro impasto.

Aggiungete il cioccolato fuso (4) e mescolate. Setacciate la farina insieme al lievito in polvere ed unitela all’impasto (5). Amalgamate bene gli ingredienti in modo che non si formino i grumi. Montate a neve gli albumi (6).

Unite gli albumi al resto del composto, mescolando delicatamente dal basso verso l’alto in modo che non si smontino (7). Versate l’impasto ottenuto in una tortiera, precedentemente imburrata ed infarinata, e infornate per circa 30/40 minuti (8). Lasciate raffreddare la torta cotta (9).

Praticate dei fori sulla superficie con il manico di un cucchiaio di legno (10) senza fare troppa pressione. Preparate la ganache di cioccolato portando quasi a bollore la panna in un pentolino (11). Tritate finemente il cioccolato e mettetelo in una ciotola. Versate la panna calda sul cioccolato e mescolate fino a che i due ingredienti non si saranno amalgamati perfettamente. Versate la ganache sulla torta una volta raffreddata (12).

Montate la panna fino a renderla compatta (13) e versatela sulla superficie della torta (14). Tritate grossolanamente delle noci (15) e fatele tostare leggermente in una padella antiaderente. Una volta fredde mettetele sulla torta per decorare. Conservate la poke cake in frigorifero fino al momento di servire.

Varianti.

La poke cake al limone.

La versione della poke cake al limone è completamente bianca. Preparate la torta allo yogurt al limone come base. Praticate i fori sulla superficie, quando ormai la torta si è raffreddata, e versateci sopra un bello strato di lemon curd oppure di crema pasticcera. Decorate con uno strato di panna montata e qualche lampone fresco.

La poke cake al limone è una delle più amate, ma sono molto apprezzate anche le versioni al cioccolato o alla fragola. Al posto della ganache potete anche utilizzare la marmellata, la crema pasticcera oppure la nutella.

Come conservare la poke cake.

La poke cake va conservata in frigorifero, in un contenitore chiuso ermeticamente, al massimo per tre giorni. E’ importante conservare bene questa torta perchè altrimenti perde di consistenza la panna e anche la ganache al cioccolato.

Fonte: Poke cake al cioccolato: la ricetta golosissima

I funghi e il bosco – visite guidate nel mondo dei funghi | Itinerarinelgusto

I funghi e il bosco – visite guidate nel mondo dei funghi | Itinerarinelgusto

Nei giorni nei giorni 28 e 29 ottobre 2017 avrà luogo a Roma la XVI edizione della mostra “I funghi e il bosco – visite guidate nel mondo dei funghi” che anche quest’anno si terrà nella splendida cornice dell’Aranciera del Semenzaio di San Sisto.

La mostra, organizzata da Nuova Micologia e dall’ Assessorato alla Sostenibilità Ambientale di Roma Capitale, risponde alle domande: come godere del piacere dei funghi a tavola senza esserne avvelenati? Come conoscere e difendere i funghi per il loro determinante ruolo nella salvaguardia della biodiversità ambientale? Che cosa fare dei funghi che crescono negli 82.000 ettari di verde agricolo o protetto di Roma, che fanno della Capitale una delle città più verdi d’Europa?

La pluriennale e proficua collaborazione tra Nuova Micologia e il Dipartimento Tutela Ambientale di Roma Capitale ha permesso anche quest’anno di offrire alla cittadinanza uno spazio unico nel suo genere in cui ammirare e studiare i funghi nel loro ambiente naturale, spazio allestito all’interno dell’Aranciera da parte dei Servizi Tecnici del Dipartimento al fine di permettere ai visitatori di percorrere tratti di bosco ricostruiti e mostrare l’ubicazione naturale dei funghi.

La XVI edizione della mostra intende fornire un quadro esaustivo sulle varie specie di funghi esistenti nel Lazio, sul loro habitat e informare sulla loro commestibilità o pericolosità. Nelle scorse edizioni Nuova Micologia ha esposto in media circa trecento specie e anche in questa edizione i visitatori potranno esaminare i numerosi funghi commestibili, tossici nonché diversi velenosi e mortali. I visitatori saranno assistiti da esperti micologi che oltre a descrivere le specie esposte risponderanno alle diverse curiosità relative al mondo dei funghi: dai luoghi più adatti alla ricerca alle varie utilizzazioni gastronomiche.

La mostra micologica, diventata un evento ormai tradizionale dell’autunno romano, riscuote ogni anno un grande successo di pubblico con migliaia di visitatori ed è seguita con interesse dalla stampa e dalla televisione. La mostra, oltre ad essere un’occasione d’incontri tra esperti e appassionati per scambiare esperienze e conoscenze, è nel contempo una opportunità per la cittadinanza per incontrare, conoscere e apprezzare i funghi e comprenderne i gravi pericoli di un utilizzo maldestro senza la necessaria identificazione. I funghi sono un alimento prelibato e ogni anno in autunno i boschi si riempiono di cercatori più o meno esperti che vogliono raccogliere le specie migliori per preparare piatti delicati, evitando le circa 50 specie velenose presenti in natura, tra le quali la più conosciuta è sicuramente l’ovolaccio (Amanita muscaria) dal tipico cappello rosso a macchie bianche: e purtroppo non è raro che si verifichino pericolosi errori di identificazione con l’ovolo buono (Amanita Caesarea).

La mostra sarà inaugurata sabato 28 ottobre alle ore 10,30 e proseguirà senza interruzioni fino alle ore 19,00. Domenica 29 novembre sarà mantenuto lo stesso orario (10 -19). Come nelle precedenti edizioni l’ingresso alla mostra è gratuito.

Nel corso della manifestazione, alle ore 15,30 di sabato 28 ottobre, il micologo Marco Floriani terrà una conferenza su ” Il genere Cortinarius: come districarsi tra migliaia di specie”.

La visita alla mostra micologica offre anche l’occasione per conoscere l’Aranciera e il Semenzaio di San Sisto ove è possibile, con il permesso del Dipartimento e previo appuntamento, vedere e scoprire anche un luogo affascinante carico di storia, una stupenda area verde immersa nella città nei cui giardini vi sono alberi centenari e nelle cui serre vi sono specie rare. Nel Semenzaio è altresì coltivata la delicata collezione di azalee che ogni anno, nel periodo della fioritura è esposta lungo la scalinata di Trinità dei Monti a Piazza di Spagna, nonché una ricca e rinomata collezione di orchidee.

I visitatori della Mostra potranno iscriversi ai corsi di micologia e sulle erbe eduli organizzati da Nuova Micologia, esaminare le numerose pubblicazioni esposte in un apposito settore e acquisire informazioni sulle ricerche, sui convegni e sui corsi organizzati dal CABEM (Coordinamento Associazioni Botaniche, Ecologiche e Micologiche) in collaborazione con le Università la Sapienza e Tor Vergata.

Per ulteriori informazioni si può visitare il sito di Nuova Micologia o scrivere a segreteria@nuovamicologia.eu.

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Fonte: I funghi e il bosco – visite guidate nel mondo dei funghi | Itinerarinelgusto

Geco: 7 cose che non sapevi su questo affascinante rettile

Geco: 7 cose che non sapevi su questo affascinante rettile

Il geco è un rettile di dimensioni piuttosto piccole appartenente alla famiglia delle lucertole. Ama mimetizzarsi nell’ambiente in cui vive, allo scopo di catturare le prede e nel contempo difendersi da altri predatori. Le sue zampe sono forti e hanno un potere speciale che gli permette di camminare su ogni superficie verticale e orizzontale. Una singola zampa può sostenere un peso pari a 20 volte quello del geco.

Tipico abitante della fascia costiera mediterranea, dal Portogallo fino alle isole Greche, e dell’Africa settentrionale. In Italia è presente un pò in tutte le zone costiere. La si può trovare in pietraie, cave, muretti a secco, cumuli di legna. é anche molto frequente in ambienti antropizzati quali coltivi ed abitazioni umane.

Il colore della pelle del geco varia dal grigio, al maculato, ai colori brillanti e variopinti o è addirittura in grado di cambiare per mimetizzarsi con l’ambiente che li circonda e sfuggire ai predatori.

Il Geco è un animale rapido, veloce, agile ed un ottimo arrampicatore. Si nutre di insetti di svariati ordini quali Coleotteri, Ditteri, Imenotteri, Isopodi, Lepidotteri, Scorpioni ecc. che caccia all’agguato e cattura con la lingua vischiosa. Viene predato da serpenti arboricoli e terricoli, da alcune specie di rapaci diurni e notturni e da mammiferi quali riccio, genetta ed alcune specie di mustelidi.

Avete trovato un geco in casa? Non spaventatevi, non è un animale pericoloso. Il geco è da sempre considerato simbolo della adattabilità e della forza di sopravvivenza, ragione per cui lo si trova anche nel mondo dell’arte ed è un classico diseno nel mondo dei tatoo. Se però avete un geco in casa e volete farlo uscire, fate molta attenzione perchè potreste inavvertitamente fargli male. Utilizzate un pezzo di cartone, fatelo salire ed accompagnatelo all’esterno della vostra abitazione, posandolo su una pietra, un albero o tra qualche rovo.

Geco: 7 cose che (forse) non sapevi su questo straordinario rettile.

1. E’ l’unico rettile che emette un suono

I gechi, a differenza degli altri rettili presenti in natura, sono gli unici che riescono ad emettere un verso, un vero e proprio suono, che emettono quando si trovano in pericolo, I maschi di questa specie utilizzano questa funzione vocale anche quando intendono richiamare l’attenzione delle femmine.

2. Le femmine di geco si fecondano senza il maschio

Le femmine del geco sono in grado di fecondarsi senza il maschio grazie ad un processo definito di partenogenesi.

3. Divoratore di zanzare

Il geco è il predatore ideale per scacciare insetti vari tra cui le zanzare, il che significa che se in estate doveste trovare un geco nel vostro giardino, fareste meglio a non allontanarlo.

4. Si amputano volontariamente la coda

Grazie ad un processo di autotomia, mediante la contrazione di muscoli appositi, è in grado di amputarsi volontariamente la coda. L’autotomia gli ritorna utile per distrarre i predatori e quindi liberarsi di loro senza correre il rischio di essere mangiato. La coda successivamente ricresce velocemente e della stessa lunghezza.

5. Ogni pelo delle sue zampe può sostenere il peso di una formica

La caratteristica principale del geco è la sua capacità di aderire a una grande varietà di superfici, senza la necessità di usare secrezioni adesive. Questo è possibile grazie ad un tipo di legame elettrico, detto “forza di Van der Waals” (si verifica quando gli elettroni di un atomo creano un campo magnetico che stimola e attrae gli elettroni di un atomo vicino), un’attrazione che si verifica tra le molecole dei peli che ha sui palmi delle zampe e la superficie sullla quale si posiziona. Ognuno di questi peli della zampa può sostenere il peso di una formica.

6. Il geco “diventa robot” e cammina sugli specchi

Nel 2003, l’Università di Manchester ha sviluppato il primo nastro adesivo basato sulla riproduzione sintetica delle setole presenti sotto le zampe. Tre anni più tardi, lo stesso processo ha permesso alla Stenford University di costruire Stickybot, il primo geco robot in grado di camminare su vetri e specchi. Anche il Pentagono si è interessato a questi prototipi per sviluppare guanti e scarpe che permettano di arrampicarsi su ogni superficie.

7. Nelle sue zampe, ci sono 14000 setole per millimetro quadrato

Le setole presenti sotto le zampe del geco sono incredibilmente concentrate nei pochi millimetri quadrati delle sue piccole zampe.  Sono circa 14000 setole per millimetro quadrato, distribuite in centinaia di direzioni le cui estremità sono larghe 0,2 micromeri.

Fonte: Geco: 7 cose che non sapevi su questo affascinante rettile

Risotto ai funghi porcini e zafferano: la ricetta del primo piatto profumato

Risotto ai funghi porcini e zafferano: la ricetta del primo piatto profumato

Il risotto ai funghi porcini e zafferano è un primo piatto dal sapore delicato e molto gustoso: i funghi porcini, con il loro sapore unico, donano ancora più gusto al risotto con lo zafferano, oltre ad un aroma inconfondibile. Una pietanza ideale per l’autunno, da preparare per una cena o un pranzo in famiglia o con gli amici. Preparare questo risotto è davvero semplice: una volta cotti i funghi in padella, vi basterà tostare il riso con cipolla e olio facendo sfumare un bicchiere di vino bianco, aggiungete man mano il brodo caldo e, a metà cottura, unite lo zafferano. Ultimata la cottura del riso aggiungete il parmigiano grattugiato, il prezzemolo tritato e i funghi porcini, amalgamate e servite caldo. Ma ecco tutti i passaggi per realizzare la ricetta alla perfezione.

Come preparare il risotto ai funghi porcini e zafferano.

Prima di realizzare la ricetta preparate il brodo vegetale che vi servirà per la cottura del riso. Dedicatevi ai funghi: eliminate la terra dal gambo con un coltellino, puliteli delicatamente con un panno umido e tagliateli a fette. Mettete sul fuoco una padella con l’olio e uno spicchio d’aglio e lasciatelo imbiondire. Aggiungete poi i funghi mescolando con un cucchiaio di legno in modo delicato per non romperli.(1) Verso fine cottura aggiungete un po’ di sale e prezzemolo tritato e lasciate insaporire per altri 5 minuti. In una casseruola mettete l’olio e la cipolla tritata (2) e fatela imbiondire. Aggiungete poi il riso, fatelo tostare e sfumatelo con il vino bianco.(3)

Una volta che il vino sarà evaporato cominciate ad aggiungere il brodo e mescolate continuamente, aggiungendo altro brodo caldo per completare la cottura. Sciogliete lo zafferano in un po’ di brodo e versatelo nel riso a fine cottura, mescolando bene. Una volta cotto il riso aggiungete il parmigiano grattugiato,(4) mantecate e unite il prezzemolo (5) e i funghi porcini. Mescolate ancora per amalgamare al meglio i sapori. Servite il vostro risotto ai funghi porcini e zafferano ben caldi, aggiungendo magari un’altra spolverata di prezzemolo e del parmigiano in scaglie.(6)

Consigli.

Per realizzare questa ricetta è importante utilizzare funghi porcini di ottima qualità, da cuocere velocemente in padella, per mantenerne la consistenza e il profumo.

Potete preparare questo risotto anche con i funghi porcini secchi: per 4 persone ve ne occorreranno 2 bustine. Ammorbidite i funghi secchi in acqua tiepida, poi strizzateli e tritateli con la cipolla. Fate rosolare in una padella con dell’olio o con il burro, aggiungete il riso, fatelo tostare e poi aggungete il brodo bollente, nel quale avrete sciolto lo zafferano e portate il riso a cottura.

Al posto del brodo vegetale potete utilizzare anche il brodo di carne, anche se è preferibile quello vegetale, dal sapore più delicato.

Il riso migliore per preparare il risotto ai funghi porcini e zafferano è il carnaroli, perché ricco di amido ma, in alternativa, potete utilizzare anche il riso arborio.

Come conservare il risotto ai funghi porcini e zafferano.

Il risotto ai funghi porcini e zafferano va consumato al momento, potete però conservarlo per un giorno in frigo all’interno di un contenitore ermetico.

Fonte: Risotto ai funghi porcini e zafferano: la ricetta del primo piatto profumato

Torta al pistacchio: la ricetta del dolce irresistibile per le feste

Torta al pistacchio: la ricetta del dolce irresistibile per le feste

Facile 1h Per 8 persone kcal 350

ingredienti

Le calorie si riferiscono a 100 gr di prodotto

La torta al pistacchio è un dolce morbidissimo a base di pistacchi, uova, farina, zucchero e burro servito sia da solo che accompagnato da crema al cioccolato e perfetto ad ogni ora grazie alla sua semplicità e l’irresistibile sapore dei pistacchi.

Sbucciate i pistacchi, rimuovete per quanto possibile la pellicina e mettete da parte in una ciotola (1). Separate i tuorli dagli albumi e mescolate i primi con lo zucchero fino ad ottenere un composto liscio e cremoso (2). Tritate a questo punto finemente i pistacchi ed aggiungeteli al composto di tuorli continuando a mescolare con la frusta fino ad incorporarli completamente (3)

Incorporate man mano anche la farina setacciata ed il lievito e mescolate finché non otterrete un composto omogeneo (4). Montate gli albumi a neve ed incorporateli man mano al composto di tuorli aiutandovi con una marisa o con un mestolo di legno  e attuando movimenti dal basso verso l’alto (5). Trasferite il tutto all’interno di uno stampo imburato ed infarinato e cuocete a 170°C per circa 40 minuti (6).

Consigli di preparazione.

La torta al pistacchio è semplice da preparare e richiede pochi ingredienti ma ha comunque bisogno di qualche piccolo accorgimento se vorrete un dolce morbido e ben lievitato ad ogni preparazione

  • Utilizzate uova a temperatura ambiente per evitare temperature differenti con gli altri ingredienti.
  • Separate con cura i tuorli dagli albumi.
  • Mescolate i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere un composto spumoso in modo da sciogliere i cristalli di zucchero all’interno.
  • Setacciate la farina per evitare la formazione di grumi all’interno dell’impasto.
  • Incorporate la farina poco alla volta in modo che venga assorbita dall’impasto evitando anche in questo caso la formazione di grumi.
  • Montate a neve ferma gli albumi: una prova per coraggiosi è rivoltare la ciotola sopra il capo, infatti se il composto è ben montato non si staccherà da quest’ultima.
  • Incorporate gli albumi montati a neve con movimenti dal basso verso l’alto in modo da non smontare l’impasto ed incorporando al tempo stesso aria.
  • Non aprite il forno fino a completa colorazione, quindi immergete uno stuzzicadenti al centro del dolce: se ne verrà fuori pulito allora la torta sarà cotta alla perfezione.

Conservazione.

Potete conservare la torta al pistacchio per circa 3 giorni tenendola coperta (ancor meglio se chiusa in un sacchetto) e in un luogo fresco ed asciutto.

Fonte: Torta al pistacchio: la ricetta del dolce irresistibile per le feste